martedì 23 settembre 2008

Due passi al cimitero..

Stamane ho passeggiato tra le tombe del piccolo cimitero del mio paese, in realtà non so da quanto tempo non lo facevo, sottobraccio a mia madre ho ripercorso gli anni della mia vita nei volti di quelle foto di ceramica. Ognuno di loro mi ha strappato un sorriso e una lacrima, che mescolate assieme, non lasciano un cattivo sapore. Da bambino andavo spesso in quel luogo che tanto assomigliava a un forte, i merli di pietra sul portone di accesso gli conferivano quell’aria antica che mascherava non più di cent’anni e vari restauri, ma si sa, nella fantasia di bambino tutto è ciò che vuole essere e la prova di coraggio valeva ancor di più se diventava per noi un castello abbandonato. Ora il ghiaino bianco scricchiolava sotto le mie scarpe consumate e alla mia destra e alla mia sinistra osservo chi fece da comparsa sul film della mia adolescenza, ora pietrificati in marmi scolpiti. Il viso di mia madre pian piano si solcava di nostalgia, mentre la sua voce mi ricordava aneddoti da tempo dimenticati: quando vedevo Mario barcollare ubriaco lungo la via che dall’osteria portava alla sua casa, quando l’oste lo portava a casa caricandolo sulla vecchia carriola perché non si reggeva più in piedi; l'unico alimentari pieno di cose da scoprire in un paese senza mai novità, quello gestito da Giorgio, o la voce di Bruno che da sempre e per sempre è stato per me il suono della passione di Cristo il Venerdì Santo in una chiesa gremita di fede, o la giovane Mery, la prima strappata dalla solitudine e dall’eroina, la barba sorridente dell'altissimo Eugenio. E poi il gobbo Fire, da sempre l’unico e il solo a riparare le biciclette di un esercito di bambini ma attenzione: mai e o poi mai fermarsi con lo sguardo su quell’enorme gobba parcheggiata sulla sua schiena. Ora camminavo e ridevo piangendo, sottobraccio a mia madre come chissà da quanto tempo non facevo, in un posto che vede solo lacrime e tristezza sentivo risuonare le nostre risate, tra le mura che un tempo sembravano altissime, non mi sentivo per nulla in colpa, anzi felice, quasi il film dei miei primi trent’anni avesse ripreso a girare, quasi, tutti coloro che né hanno fatto parte tornassero d’un tratto a vivere per girare con me altri momenti, colmi di gratitudine, un colpetto alla giacca impolverata di Giorgio, ai pantaloni sgualciti di Bruno e poi di nuovo insieme a girare quel che resta della mia vita.
Ho passato in rassegna tutto un paese sottobraccio a mia madre, fuori di li, il rumore dei trattori, il profumo della vendemmia, dentro io, in un settembre senza età, come un generale davanti al suo esercito ho reso omaggio a ognuno di loro per i servigi resi alla mia causa, a ognuno di loro ho regalato un sorriso, a quel piccolo cimitero ho detto grazie. Ora dopo trent’anni, ho finalmente capito il senso di un piccolo camposanto che sembra un forte abbandonato.
Prima di salutare gli eroi della mia giovinezza ho rivisto la mia nonna, in quel sorriso di ceramica, tutta la sua forza, tutta la fede della semplicità, dell’ignoranza, la sua voce a dirmi: “Maria Signor, n’do sito stà fin desso?” sorridendo ho risposto: “lontano nonna, troppo lontano” . Sottobraccio a mia madre o ringraziato Dio o chi per Lui, perché in un passato che non esiste ho trovato un sorriso per il presente.
A presto il Cantastorie.

lunedì 1 settembre 2008

Fuorigioco e marcatura a uomo..

Sono sempre più frequenti i giorni in cui mi sento in fuorigioco.
Non lo so se è il caldo di questi ultimi forni d’estate che attanagliano il mio cervello, il sudore lungo la schiena, la mansarda che chiede al cielo due fottute gocce d’acqua, non so se è la vecchiaia o ciò che è rimasto della passionale gioventù, ma ne ho davvero pieni i coglioni. Mi sento stanco, insoddisfatto e totalmente inadeguato a tutto, un vecchio attaccante che non riesce più a rientrare dietro la linea dei difensori, loro giovani io vecchio, sempre in stramaledetto fuorigioco, sempre in ritardo, non capisco più il mio ruolo, non capisco più gli schemi, non so più neanche a che gioco si gioca.
Non mi va più di leggere, non mi va più di dipingere, non ascolto più un cazzo se non il caldo e ciò che è peggio mi sento totalmente inadeguato alle centinaia di ruoli che da sempre ricopro.
Che idiota, da giovane mi dipingevo di mille ruoli, convinto che così la realtà non mi riconoscesse e mi lasciasse dov’ero. Indaffarato come una formica impazzita stavo dietro a tutto, ora mi accorgo che mi sono infilato talmente tanti vestiti del cazzo che non riesco più a camminare, non porto avanti un cazzo se non il mio culo floscio in una quotidianità fatta di afa e di gocce di sudore che bruciano negli occhi, caricatura grottesca di ogni faccia che indosso da chissà quanto tempo, fanculo. non sò nemmeno più chi sono, da dove sono partito.
Temo di non avere soluzioni, amici che popolate abusivamente la mia mansarda, o soffoco aspettando che finisca l’estate e che il fresco mi salvi da tutta le puttanate che mi sono infilato addosso, oppure mi spoglio davanti all’unico specchio che ancora resiste, sebbene rotto in questa mansarda senza tempo, quello sotto il vecchio crocifisso . Mi spoglierò, forse ci metterò degli anni, forse tutta la vita, ma sono certo che tolta questa montagna di stracci rivedrò il colore originale della mia essenza di minuscolo uomo, il coglione allo specchio mi riconoscerà, io riconoscerò lui e come due coglioni rideremo l’uno dell’altro a pensare per quanto tempo ci siamo evitati senza sapere che è nella nostra natura andare sempre in coppia. Rideremo amaramente nel pensare a quanto ci ha fatto male l’attaccamento alle stronzate, quando l’unico attaccamento tra noi non può che essere testa di cazzo. Mi spoglierò, raderò la barba, farò una doccia e ne sono certo, troverò la forza di rientrare dal fuorigioco prima che l’arbitro fischi ancora una volta. Consiglio a voi tutti di fare la stessa cosa, cari i miei depressi e soffocati amici.
Chiudete la porta quando uscite, non voglio rompicoglioni mentre sono nella vasca.
A presto il Cantastorie.

giovedì 10 luglio 2008

..Liberi di Amare un Libero Amore..

Questa è stata davvero una settimana intensa cari i miei mansardati abusivi, e le prossime promettono ancora peggio. Stanotte non riuscivo a dormire, aperta la finestra cigolante sul mondo, mi sono accasciato sulla poltrona ad ascoltare il canto silenzioso della notte. Una bava d’aria accarezzava le mie caviglie stanche, dando tranquillità ai miei dolori e alla mia mente. Mi sono chiesto cosa mi ha reso insofferente alla vostra presenza in mansarda, cosa portava in me il desideriodi prendervi a calci nel culo, e nel guardarvi beati a dormire ho capito che ciò che mi rende stupido è il giudizio. Il mio stupido giudicare senza sapere un cazzo, le mie manie di onnipotenza e le mie assolute verità del cazzo, quelle che ti portano ad una assoluta solitudine. Soffocato dal caldo e dai sensi di colpa, mi sono rivolto all’unico di voi ancora sveglio, la sua risposta:
…Amico mio, la prima cosa: ci sono due tipi di amore:
L’amore-bisogno” e l’amore-dono”. La distinzione è significativa e deve essere compresa. L’ ”amore-bisogno” o l’ ”amore-carenza” dipende dall’altro, è amore immaturo. Tu usi l’altro, lo usi come un mezzo: sfrutti, manipoli, domini.
In questo modo l’altro è reso succube, viene praticamente distrutto; ma anche l’altro fa esattamente la stessa cosa: tenta di manipolarti, di dominarti, di possederti, di usarti. Usare un altro essere umano non ha niente a che fare con l’amore: sembra amore ma è una moneta falsa. Eppure questo è ciò che accade al novantanove per cento della gente perché la prima lezione d’amore la impari nella tua infanzia...milioni di persone rimangono infantili per tutta la vita, non crescono mai. Invecchiano, ma nella loro mente non crescono mai; la loro psicologia rimane infantile, immatura. Hanno sempre bisogno di amore. Sono sempre affamate di amore, lo bramano come il cibo. L’uomo matura nel momento in cui comincia ad amare piuttosto che ad avere bisogno comincia a traboccare a condividere, comincia a donare. La differenza è fondamentale. Nel primo caso ciò che importa è avere di più; nel secondo, l’importante è come donare sempre di più e incondizionatamente. Questo significa crescita, è l’inizio della maturità. Una persona matura dà. Solo una persona matura può dare, perché solo una persona matura può avere. In questo caso l’amore non è dipendente, e tu puoi amare che l’altro ci sia o no. In questo caso l’amore non è una relazione, è uno stato dell’essere.
Ebbene questo è il paradosso: coloro che si innamorano non hanno amore, ecco perché si innamorano. E poiché non hanno amore, non possono darne. E ancora una cosa: una persona immatura si innamora sempre di un’altra persona immatura, perché parlano la stessa lingua. Una persona matura ama una persona matura. Una persona immatura ama una persona immatura. Puoi continuare a cambiare marito o moglie mille volte, troverai di nuovo lo stesso tipo di persona e la stessa miseria ripetuta in forme diverse; ma la stessa miseria ripetuta è praticamente la stessa cosa. Il problema di base nell’amore è che prima devi diventare maturo, allora troverai un partner maturo: le persone immature non ti attireranno affatto. Le persone immature che cadono in amore distruggono a vicenda la propria libertà, creano un legame, una prigione. Le persone mature in amore si aiutano a essere libere, si aiutano l’un l’altra a distruggere ogni tipo di legame. E quando l’amore fluisce nella libertà c’è bellezza. Quando l’amore fluisce nella dipendenza c’è bruttezza. Ricorda, la libertà è un valore più alto dell’amore. Quindi se l’amore distrugge la libertà, non ha alcun valore. L’amore può essere lasciato cadere, la libertà deve essere salvata: è un valore più elevato. E senza libertà non potrai mai essere felice, non è possibile. Libertà è il desiderio intrinseco di ogni uomo, di ogni donna: libertà totale, assoluta.
Ora torno a dormire, voi amate pure come cazzo vi pare, non è un mio problema.
A presto il Cantastorie.

martedì 1 luglio 2008

Ben venuto Roberto...

Oggi Roberto è entato per la prima volta in mansarda, la sua mamma è malata e lui ha voglia di parlare con voi, io vado a bere..
"è una realtà pesante a settembre dovrei riprendere ad insegnare che fare? ho scelto la vita di gesù Cristo e come lui se segui la sua strada ad un cetro punto incontri la solitudine l'indifferenza la percecuzione.. la fedeltà agli emargianti mi è costata oltre che ad una buona dose di depressione e angoscia anche un distrubo cronico al fegato e un distrurbo al cuore che ne pensate?"

lunedì 30 giugno 2008

..In una chiesa qualunque..di luglio

La mansarda brucia, cari i miei spiaggiati del cazzo,
non trovo pace nemmeno nel buio dello sgabuzzino, pare che il caldo di questi giorni abbia deciso di cucinarmi le palle concentrandosi sull’unico tetto che poteva lasciare in pace.
Stamattina presto sono uscito, sapete quanto odio tutto ciò che è fuori, ma stamattina non c’era alternativa e l’unico miraggio che si prospettava al mio orizzonte era la vecchia chiesa. Probabilmente dall’alto della vostra cultura tecnologica del cazzo avrete già detto, ma perché non ti compri un condizionatore? Non esistono condizionatori se uno soffoca dentro, cari i miei professori.
Le vecchie chiese sono l’ideale per chi soffoca: entrando dalla porta del sagrato, la frescura ti accoglie con un abbraccio gentile, mentre il caldo torrido di luglio è ancora appollaiato sulle tue spalle. I tuoi occhi cercano di abituarsi alla penombra, mentre le mura spesse e fresche ti soffiano addosso tutto il piacevole freddo dei loro anni. Non ho fatto caso se c’era altra gente, nelle navate laterali, plotoni di candele accese rendevano omaggio a Santi che non conosco, tutto intorno il silenzio.
Ho appoggiato il mio vecchio culo su uno degli ultimi banchi nel fondo, non l’ultimo, troppo vicino all’uscita e quindi alla fonte di calore, ma verso il fondo, con la mano ho passato l’estremità della panca dove, con le dita ho trovato ciò che pensavo, montagnole piccole e dure appiccicate qua e la, le cicche di chi arriva alla messa di corsa; l'uomo ignorante non conosce età ne pestilenze. Sull’appoggio anteriore nomi e frasi incisi con le chiavi di casa di chissà quale tempo. Mano a mano che la mia temperatura tornava ad abbassarsi la mia vista compiva perlustrazioni sempre più ampie. D’un tratto mi sono reso conto che non ero solo: un vecchio con la barba e i capelli un po’ lunghi mi guardava curioso, la sensazione di conoscerlo contrastava con la certezza di un nome che non sapevo. Le sue vesti più vecchie e anonime delle mie, non lasciavano trasparire provenienza, poteva essere chiunque “Buon giorno, anche lei qui?” Cortese ed educato mi aveva già rotto le palle, “non ho voglia di parlare, ma solo di fresco, abbia pazienza mi lasci respirare in pace!” “certo, mi scusi, cercavo solo di fare conversazione” silenzio. “..sa aspetto mio figlio, la domenica viene a trovarmi” bel posto per incontrare un figlio pensai, sembrava eccitato come uno di quei vecchietti che la domenica aspettano ansiosi sulla porta della casa di riposo, nella speranza di vedere qualcuno arrivare dal vialetto, poi arriva la sera e non è venuto un cazzo di nessuno, sorrideva. “Suo figlio non verrà” gli dissi, “non aspetti, se ne vada” “oggi è una stramaledettissima domenica di luglio, sarà in una di quelle macchine con l’aria condizionata pronto ad andare in qualche spiaggia piena zeppa di gente, birra, musica e costumi con le tette di fuori” “ ..mi dia retta, vada a casa a riposarsi” mi sentii un bastardo, ma era la cruda verità. Sorrise.
“Sa quanto c’è voluto per costruire questa chiesa amico mio? Quasi trentenni, la gente di questo paese l’ha costruita con il sudore e con tutti i suoi risparmi, il giorno dell’inaugurazione era troppo piccola per contenere tutti,” ora eravamo solo io, lui, e la sua malinconia e il mio caldo fottuto. Mentre parlava mi parve di udire le mura dargli ragione come succede all'osteria quando un vecchio ricorda un aneddoto della vita del paese e tutti gli altri sdentati a dire, si ricordo anch'io, ah bei tempi quelli, e poi giù di briscola. D’un tratto non lo ascoltai più e immaginai un prete predicare alle panche vuote, alle candele accese, immaginai chi diede sudore e fatica per costruire la chiesa, chi dipinse gli affreschi, chi cuci le tovaglie dell’altare. Adesso solo io e un vecchio mal vestito a sognare una spiaggia piena di tette e di culi.
“vada a casa, suo figlio non verrà amico mio, e io sono troppo bastardo pertener compagnia a uno come lei, tra un po’ me ne vado anch’io” sorrise e mi diede la mano. Tra pieghe della sua vecchiaia le piaghe del suo dolore. “aspetto” mi disse fiducioso “tuo figlio ti ha già messo in croce da tempo amico mio” gli dissi “e non risorgerai più” si fece una dissetante risata che rieccheggiò nel fresco della navata, annuendo con la testa mi disse: “Bhe, almeno un figlio l’ho fatto; aspetterò. Tu hai figli Cantastorie?”
“non ancora”
“Credimi, aspetterai”
Ora piove, il caldo è andato a farsi un bagno in spiaggia, a guardarsi due uli e un paio di tette, lasciando il posto al più bello dei temporali; non ho l’ombrello e le mie lacrime si mescolano con la pioggia. La pioggia è la carezza di Dio diceva qualcuno. Se bruciate dentro, provate a sedervi nei banchi delle chiese vuote di luglio e aspettate, il caldo passa.
A presto il Cantastorie

lunedì 16 giugno 2008

L'Arcobaleno

A volte ho la sensazione di vivere una vita che non è nemmeno la mia da tanto che non mi appartiene, mi vedo da fuori e mi chiedo: ma chi cazzo è l’individuo che osservo?
Goffo e infelice, insoddisfatto da tutto, vedo un grigio uomo che cammina un secondo avanti alla lancetta appuntita del cronometro, senza mai sbagliare un passo procede affannato dalla paura di perdere il ritmo e che la lancetta gli finisca nel culo come l’arpione del capitano Acab.
Giornate scandite dal lavoro, dal tg delle otto meno un quarto, il caffè, l’ufficio, le tasse, i clandestini, il calcio e i tortellini la domenica. Mi chiedo spesso che fine ha fatto quel bambino che sognava a colori, mi chiedo dove sono finite le battaglie nei campi con eserciti immaginari, tutti quei nemici sconfitti e le guerre con i soldatini di plastica colorata in cui io non morivo mai.
Ora vedo il super eroe prigioniero del perfido dottor Malox, dell’acido professor Riopan e dell’effervescente e spietato generale Geffer, avanti, avanti, avanti se non vuoi che la lancetta dorata ti entri nel culo, e intanto giri camminando sui numeri romani di un quadrante dorato sempre uguale che è la tua vita senza il tuo eroe preferito di un tempo: te stesso.
Avanti, avanti solo a parlare, a giudicare, a farsi giudicare, a discutere del tale che è morto, dell’altro che è cornuto, del calcio e della benzina che cresce. Ma cosa cazzo sei diventato piccolo super eroe? Il necrologio di te stesso e di ciò che ti accade attorno!?
Lancetta tu stesso di un mondo infelice che gira per inerzia, immerso in quella paura e confusione che tiene saldi i popoli, che non ti fa pensare, che ti governa, il divieto segreto di essere felice.
Qui è tre settimane che piove ininterrottamente, la mansarda fa acqua da tutte le parti e temo che prima o poi il tetto crollerà ma, oggi il cielo ha generato un meraviglioso arcobaleno e io rientrato in quel uomo che ero, l’ho visto e mi sono fermato a guardarlo.
La lancetta dorata dei secondi che avrebbe dovuto trafiggere il mio culo si è fermata a distanza da me e non è morto nessuno. Il cielo ha generato un meraviglioso arcobaleno e il bambino che sognava si è fermato a guardarlo e io con lui, e cazzo, se sono stato bene. Per un secondo sono tornato invincibile, ho sconfitto il dottor Malox e i suoi compari, per un secondo sono tornato l’eroe che uccide a decine i nemici, per un secondo ho capito chi sono e i secondi sono già tre a separare la lancetta dorata dalle mie chiappe illibate. Non sono morto, semplicemente mi sono fermato, semplicemente mi sono rotto le palle di farmi inseguire da una cazzo di lancetta, l’ho fatta passare e mi sono seduto a guardare un meraviglioso arcobaleno.
Se mai avrò un figlio in questa vita o in un’altra gli spiegherò che la pioggia sul viso è la carezza di Dio, l’arcobaleno il suo sorriso.
A presto il Cantastorie.

martedì 15 aprile 2008

Piove da giorni..

..Oramai sono giorni che piove, la mansarda fa acqua da tutte le parti.
Le gocce nei secchi sparsi in giro, fanno da colonna sonora ai miei già pochi sonni. Mi chiedo se può piovere per sempre e mi rispondo: certo che no! Poi mi guardo attorno e vedo migliaia di personaggi affrettati e avvolti da una vita in un impermeabile grigio, le loro mani un tutt’uno con il manico dell’ombrello a falda larga che li copre. Vicino a me, dall'altra parte della strada, in ufficio, in chiesa, in ospedale. Dentro i loro ombrelli piove che Dio la manda, fuori, un raggio di sole filtra tra le nubi burrose, disegnando l’arcobaleno in quel temporale che oramai si è spento ma, loro non lo possono vedere, la pioggia a catinelle sui loro occhi gli impedisce di vedere. costretti ad asciugare in continuazione con la mano libera, nell'altra il manico dell'ombrello. Mi chiedo di nuovo se può piovere per sempre e la mia risposta è cambiata: certo che può! Piove per sempre per tutti quelli di noi che non sanno uscire senza ombrello, piove per sempre per tutti coloro che non hanno ancora capito che la pioggia non è un sasso, ma la carezza di Dio; per tutti quelli che hanno paura di farsi accarezzare i capelli dalle gocce del cielo, per quelli di noi che vivono con il loro casco cromato in testa, niente suoni, niente profumi, niente gocce di pioggia. La testa asciutta e pettinata, i capelli profumati e mai fuori posto. Buon ritorno a casa amico mio, non dimenticare l’ombrello quando te ne vai, a noi qui non serve.
A presto il Cantastorie.

venerdì 4 aprile 2008

..Due chiacchere in mansarda con un'amica

Ciao, oggi sono particolarmente giù! capisco che era già finita un mese fa ed ora non può tornare tutto come una volta ma le sue parole mi hanno ferito molto. Mi ha detto che il mio comportamento attuale: cioè cercarlo ed essere ancora gelosa di lui l'ha portato ad odiarmi, alla domanda precedente “ma tu mi vuoi bene” mi ha risposto che per ora per lui sono meno di zero..
Praticamente una merda! che ora la sua vita è cambiata e sta molto bene.. perché io non sapevo stare in compagnia.. ero sempre per i cazzi miei.. cosa impossibile visto il mio carattere.. sto male anche se bene o male ero preparata.. ma non credevo fosse così nei miei confronti.. con questa sua ennesima delusione mollo tutto. Credo che per questa storia ho dato tutta me stessa.. non posso avere nessun tipo di rimorso...bacio.
Ben tornata in mansarda amica mia,
prendi due birre nel frigo, sai, è molto più semplice scaricare colpe sugli altri che assumersi le proprie.. Lui non ha mai ammesso le sue, ha solo evidenziato le tue, alcune inventate. Uno molto saggio una volta diceva “ preferiamo vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro che la trave nel nostro” Non avere paura, sii serena, la vita ti mette davanti persone di tutti i tipi, ci sono tanti tentativi, alcuni vanno bene, molti no, ma questo serve ad arrivare alla persona "speciale" che “ quel saggio” ha creato per te. Il tuo dovere?
il tuo dovere è come una ricetta di cucina:
un etto di: essere sempre felice, c'è gente che ha dei veri problemi..
50 grammi di: sorridi alla vita, lei sorriderà a te..
3 uova, solo la chiara di: sii umile, mettiti a disposizione degli altri ma non svalutarti mai, sei una persona meravigliosa..
mescola il tutto con un quanto basta di: impara che chi ti vuole deve meritarti, non insultarti..
lascia riposare per qualche giorno poi aggiungi un pizzico di: riconosci i tuoi difetti e ridici sopra..
50 grammi di: impara che sei unica e irripetibile...
40 grammi di: impara che non si muore di Amore. MAI!
70 grammi di: impara che sei UNICA e IRRIPETIBILE..
inforna per un oretta con: non pretendere Amore, donalo, ama tutto e tutti, solo così ne riceverai..
ma soprattutto ricorda, la vita va avanti sempre.. anche quando tu perdi tempo a essere triste!
Finché aspetti e cominci a sentirne il profumo, siediti e guardando i ciliegi in fiore impara quanto vali.. sei “la” figlia di Dio.
La birra è finita, alza il culo e vai al supermercato, qui in mansarda non deve mai mancare.
A presto il Cantastorie.

lunedì 31 marzo 2008

Dio non esiste..ma stranamente ha un nome.

Stamattina ho parlato con una ragazza bellissima, da tempo non entrava qualcuno in mansarda, stamani è entrata lei. Di una bellezza disarmante: le linee sinuose dell’armonia, disegnavano sul suo viso sul suo corpo curve dolci ed eleganti che sbattevano violentemente sulle cicatrici del passato. Tagli profondi, scottature irregolari e ruvide. Mi ha detto: “io non credo in Dio” io le ho riso in faccia e poi le ho detto “povera stupida, chi pensi ti abbia fatto così unica e bella? Quel alcolizzato di tuo padre?” Se ne è andata sbattendo la porta ma, tornerà, lo facciamo tutti. "Corro perchè inseguo la verità" ci diciamo spesso, una balla del cazzo per non dirci "corro perchè fuggo da essa"
A presto il Cantastorie.

giovedì 20 marzo 2008

Buona Pasqua abusivi..

Eccomi tornato fannulloni del cazzo,
È stato davvero un periodo di “passione” care le mie grigie fantasie,
ma mi è stato detto che proprio nella passione e nella fatica si illumina lo sforzo di chi vuole crescere, spiegare le proprie Ali e volare alto.. ma cosa volete capirne voi?! telefonini, cuffiette e altre stamaledettissime diavolerie tecnologiche. Ma vorrei essere più buono …allora non mi resta che ringraziarvi e con il cuore in mano porvi il mio augurio di Buona Pasqua per Voi tutti:
SPERO CHE VOI MORIATE..
ve lo auguro di tutto cuore perché,
solo morendo venerdì, potrete risorgere a vita nuova domenica.
Con quel energia, quella gioia, quella forza e quella frenesia che hanno i bambini che vogliono scoprire cos’è il mondo. Quei bambini che malgrado siano appena nati, malgrado non sanno nulla del mondo fuori sorridono.. perché qualcosa dentro gli dice che la vita è davvero meravigliosa..
Buona Pasqua bistecchine
A presto il Cantastorie.

giovedì 7 febbraio 2008

Fine della festa, adesso Quaresima!

Ben tornati piccoli pagliacci con sorrisi dipinti,
Dio mio quanto siete brutti, cazzo!
Vi è passata l’euforia di questo maledetto carnevale? finito di ubriacarvi e di pisciare dietro gli angoli delle case?. Mi sono sempre chiesto perché, in questa festa colorata in cui tutti torniamo bambini, dove la città diventa un grande Luna park, i bambini non si divertono un cazzo. Dalla finestra della mansarda osservavo queste povere creature impaurite, tra le braccia delle loro mamme in mezzo al casino di una via che non sembra neanche l'ombra della sua quotidianità, bambini terrorizzati dai carri di cartapesta, dalle maschere colorate, intimoriti da una manciata di coriandoli, quasi fossero sassate scagliate sui loro piccoli corpicini. E i genitori? Euforici, mascherati, sbronzi, in atteggiamenti talmente cretini che da piccoli non avrebbero fatto neppure se torturati. Ma che cazzo abbiamo insegnato a questi piccoli pazienti di pediatri e psicologi? e soprattutto noi, dove cazzo eravamo da bambini se ora dobbiamo rubare i loro carnevali? Dov’era il nostro vestitino da super eroe? Dov'era la nostra fantasia, quella che abbiamo adesso...investite il vostro tempo sprecato in puttanate, a insegnare ai vostri figlioli il carattere di ogni colore, perchè se ogni colore ha un nome ogni nome ha la sua personalità, fateli giocare con tutti, eviterete un razzismo cromatico che li porterà a quarant'anni a vestirsi da Arlecchino, ubriachi, con le rughe i capelli grigi e una meravigliosa espressione da idiota. Consiglio: vivete il tempo quand'è tempo, eviterete di rubare tempo a chi non ha tempo, ma soprattutto regalerete il vostro tempo a chi non vi chiede altro che un pò del vostro fottutissimo tempo...mettete lo stesso vestito colorato di vostro figlio e raccontategli la meraviglia dei colori. Buona Quaresima, pulcinelle del cazzo!
A presto il Cantastorie.

giovedì 24 gennaio 2008

Dopo un pò..

Ben tornati patetici paladini della fantasia, era da un pò che non vi vedevo in mansarda, in realtà non lo so se eravate scomparsi o se più semplicemente io non vi vedevo. E'da un pò che non scrivo su questa carta digitale, stanco dei cazzi degli altri, stanco di ascoltare gente che piange, gente che si lamenta, gente che piange perchè non ha un cazzo di cui lamentarsi. Oggi dopo non sò quanto tempo mi sono affacciato alla finestra e ho visto che fuori c'era il sole, dopo un pò di titubanza ho trovato il coraggio di aprirla, subito un vento fresco mi ha abbracciato, giovane, frizzante, positivo, mi ha fatto notare che la neve sulle cime brillava ai raggi del sole, invadendo i miei polmoni sembrava dirmi: "ecco vedi, vengo da la" Ho subito richiuso, ma l'ossigeno ha risvegliato la mia memoria portandomi a qualcosa che avevo letto molto, molto, troppo tempo fa, diceva:
...Ho fatto un po’ di fatica a capire lì per lì cosa fosse: il riflesso di questo sole, che ha invaso le ultime giornate, giocava con la cresta delle onde, creando dei riflessi che non mi permettevano di mettere a fuoco. Assalito da un’irresistibile curiosità, mi sono tolto le scarpe e ho immerso le mie gambe fino ai polpacci nel mare di maggio: la prima sensazione è stata di gelo, poi, camminando sul fondo di sabbia molliccia, i miei piedi si sono temperati. Avvicinandomi, la forma mi è diventata più chiara: quello che per un attimo era sembrato un uomo, in realtà era un grosso tronco alla deriva. Alle sette del mattino, malgrado oramai il sole fosse già sveglio da tempo, la spiaggia era semideserta, per questo non ho esitato ad abbracciare il tronco e a trascinarlo sul bagnasciuga.
L’acqua fredda, il suo peso, le migliaia di sigarette appollaiate nei miei polmoni hanno richiesto un minuto di pausa prima che il fiatone smettesse, permettendomi così di analizzare il ritrovamento. Lungo circa un metro e ottanta, liberato dalla corteccia più esterna, esibiva un colore molto simile al mogano, scuro, cupo, ma con dei riflessi che nulla avevano a che vedere con il mogano. Alla base e a circa metà della sua lunghezza, due rami sporgenti spezzati, attorno ai quali il mare aveva attorcigliato delle alghe. Nel punto in cui si era spezzato, invece, avevano trovato rifugio una piccola colonia di conchiglie, solidamente aggrappate agli spuntoni del legno strappato. In un lampo la mia fantasia ha corso per chilometri e chilometri di mari, di fiumi, di laghi e foreste per fermarsi sul bordo di uno scalpitante ruscello di montagna: sul suo bordo una colonia di altissimi alberi arrampicati nel cielo, alla ricerca del sole. Appoggiata alle loro radici, la macchia di neve che neppure l’estate riesce a sciogliere. Tra loro, il mio albero e il suo sogno, il suo insaziabile desiderio di sapere, di conoscere, di fuggire e scoprire. Ho visto il buon Dio sentire le sue preghiere, ho visto la sua mano impartire istruzioni al fato perché creasse la tempesta, ho visto il fulmine partire e colpire, ho sentito il dolore dell’albero reciso e poi via… Da lì a me chilometri e chilometri di mari, fiumi, laghi e foreste, fotografie di un mondo che si sono arenate su questa spiaggia, vicino a me, ai miei piedi bagnati e infreddoliti. Lì per lì, ho pensato di portarlo in mansarda con me, di verniciarlo e di appoggiarlo ad un angolo della finestra, la sua forma snodata, la sua superficie levigata ne avrebbero fatto una meravigliosa scultura etnica. Ho visto il mio cieco egoismo e lì ho capito: con un coltellino ho inciso una frase sul legno del suo ventre, ho pregato che qualcuno la trovasse e poi, vestito, mi sono immerso fino alla vita e l’ho trascinato al largo…
Buon viaggio, amico mio.
Sii ambasciatore in un mondo lontano di un mio piccolo pensiero.
Se Dio vorrà, qualcuno lo leggerà.